Il ritratto

Il ritratto nel Settecnto

Il Settecento che sul piano storico si aprì con il trionfo dell'assolutismo monarchico di Luigi XIV e terminò con la rivoluzione francese e le conquiste di Napoleone, fu un secolo di profondi mutamenti politici, sociali e culturali. In arte, per tre quarti del secolo, s'impose lo stile rococò, che interpretando in chiave raffinata la ricerca di ritmi dinamici tipica del Barocco ne sviluppò le premesse in un linguaggio autonomo, nel quale prevalse il gusto per l'ornamento e la decorazione.

Il termine, derivato da un'alterazione scherzosa della parola francese rocaille (conglomerato di conchiglie), indicò quel gusto per la decorazione rustica dei giardini, già nota dal Manierismo.



Il ritratto borghese

Questa leggiadria tipica del Rococò, si trasferì naturalmente anche nel genere del ritratto, soprattutto durante il regno di Luigi XV presso la cui corte fu François Boucher il pittore di maggior rilevanza. In particolare fecero epoca i ritratti della marchesa di Pompadour, come, per esempio, quello del Louvre, nel quale la marchesa è ritratta in tutta la sua magnificenza, con la libreria alle spalle che vuole qualificarne la statura intellettuale.


François Boucher, La marchesa di Pompadour, Louvre, Parigi.


Il dipinto, eseguito nel 1756, è uno dei sette dedicati dall'autore a questo personaggio, con lo stile tipico del "ritratto borghese" del XVIII secolo.

Secolo complesso e tutt'altro che monocorde, anche nell'ambito della ritrattistica, vide svilupparsi poetiche diverse per soddisfare le differenti esigenze dell'epoca. Il processo di consolidamento della classe borghese, iniziato già da tempo e sviluppato nel corso del Seicento, trovò compiutezza e sanguinoso suggello nella rivoluzione francese.

Le arti figurative non poterono che seguirne le fasi offrendo una consistente schiera di artisti i quali produssero quello che senza tema di smentita, possiamo definire il ritratto borghese. Fu un fenomeno generalizzato, come lo fu quello centrale della borghesia, che travalica i confini di questa o quella nazione.

Così la Francia può fregiarsi del genio di un pittore come Jean-Baptiste Simeon Chardin, che seppe cogliere la magia del quotidiano e delle piccole cose.



Jean-Baptiste Simeon Chardin, Ritratto di Auguste Gabriel Godefroy, Louvre, Parigi, realizzato nel 1738.


Il genere del ritratto abbandonò gli altisonanti paludamenti barocchi per abbracciare uno stile sobrio, in grado d'interpretare la realtà quotidiana anche per i ritratti dei nobili. Proprio questo è il caso del ritratto del conte Giovanni Secco Suardo, che si lascia riprendere dal pittore bergamasco Vittore Ghislandi, meglio noto come Fra Galgario, in un momento senza parrucca, con la giubba slacciata e con a fianco uno dei suoi domestici.


Fra Galgario, Ritratto del conte Giovanni Secco Suardo col servo, Accademia Carrara, Bergamo.

L'opera fu realizzata intorno al 1720. il nobile viene ritratto senza nessuna enfasi, perché quel che si vuole mettere in evidenza sono le qualità umane e morali.



D'altra parte, la cultura inglese, con il recupero dello stile architettonico di Palladio, non ebbe una vera stagione neoclassica, anche se le forme palladiane, erano quelle che, prendendo insegnamenti degli antichi Greci e dei Romani, meglio delle altre si prestarono ad interpretare la classicità in termini moderni.

Una tendenza che ritroviamo anche nel ritratto, come dimostra, per esempio, il celebre Ritratto del Commodoro Augustus Keppel che, sebbene dipinto nel 1753-1754, ossia ben prima della fioritura neoclassica, prendeva come riferimento la posa dell'Apollo del Belvedere.

Sir Joshua Reynolds, Ritratto del Commodoro Augustus Keppel, National Maritime Greenwich, particolare.

L'artista inglese, tra i massimi rappresentanti della ritrattistica anglosassone dell'epoca, si ispira spesso ai modelli classici, come in quest'opera, dove il protagonista è ritratto con una posa che richiama l'Apollo del Belvedere.



Sulla stessa falsariga si esprime il pittore e incisore svizzero Jean-Etienne Liotard, che nel 1753 dipinge un'opera che esalta, con grande gusto, il piacere della lettura.


Jean-Etienne Liotard, Maria Adelaide di Francia vestita alla Turca, Uffizi, Firenze.


Le numerose sfumature del ritratto

La novità del secolo fu la diffusione della caricatura, che si presentava come interpretazione originale del ritratto. Non che prima il genere non esistesse ma adesso prendevano piede artisti, per dir così, specializzati come l?italiano Pierleone Ghezzi, il cui inchiostro non risparmiava nessuno degli esponenti della società e della nobiltà papaline. Non si creda però ad un caso isolato perché, all'estero emersero artisti del calibro di William Hogarth che ritrasse con ironia le contraddizione della società dell'epoca, prendendo spunto da vicende reali che l'artista trasfigurava in grottesche situazioni, come quelle che coinvolgono un certo Lord Squanderfield e sua moglie, personaggi fittizi cui dedicò la celebre serie intitolata Il matrimonio alla moda.


William Hogarth, Il contratto appartenente al ciclo Matrimonio alla moda, realizzato con tecnica a olio su tela nel 1744 e custodito nella National Gallery di Londra.



Hogarth affronta anche il genere del "ritratto nascosto", come nel caso della Venditrice di gamberi, dove il modello scelto è reale, ma l'artista vuole fare pittura di genere.


William Hogarth, Venditrice di gamberi, National Gallery, Londra, del 1740.


infine, non si possono dimenticare Angelika Kauffman e Rosalba Carriera. A quest'ultima si deve lo sviluppo e il successo del pastello. Ne è un bell'esempio il Ritratto di giovinetto del 1726, che recupera un primo piano di quattrocentesca memoria. La Carriera influenzerà la ritrattistica francese e inglese che, imitandola, adotteranno la sua tecnica.


Rosalba Carriera, Ritratto di giovinetto, Venezia, Gallerie dell'Accademia.


La Kauffmann, vissuta a lungo in Italia, entrò a far parte dell'Accademia di San Luca e, su questo modello, contribuì alla fondazione della Royal Academy. come ritrattista, si adoperò per la diffusione del Neoclassicismo, i cui ideali condivideva con l'amico Winckelmann.


Angelika Kauffmann, Ritratto del conte Joseph Johann Fries, Historiches Museum, Vienna, 1787.

Nel suo Viaggio in Italia, Goethe scriveva: "il conte Fries fa molti acquisti", e si trattava di acquisti d'arte. Appassionato collezionista, nel corso della sua breve vita, divenne una delle personalità culturali di spicco dell'epoca. Infatti, sullo sfondo l'artista ha collocato uno degli acquisti più importanti, ossia il gruppo maromoreo del Canova dedicato al Teseo e il minotauro.

Tutto il dipinto è impostato come una celebrazione delle convinzioni culturali del conte, che si trova inquadrato tra il gruppo canoviano del Teseo, su cui poggia la mano, e una colonna scanalata, simbolo per eccellenza dell'antico e della classicità. A essere pignoli, però, bisogna rilevare che l'opera di Canova è alta quasi un metro e mezzo, sicchè, verosimilmente, quello rappresentato è il bozzetto.



Il ritratto nell'Ottocento

Con l'Ottocento il rapporto tra il ritratto e la classe borghese diviene sempre più solido, tanto che mentre i ritratti della nobiltà furono l'eccezione (salvo la corte di Spagna, interpretata da Goya), quelli della borghesia finirono per essere la norma e fra questi di certo, rappresentativo è il Ritratto di Monsieur Rivière, dipinto nel 1805 da Jean-Auguste Dominique Ingres (conservato al Louvre), quando la classe borghese era tutta intenta a promuovere la propria immagine. Non per nulla, questo di Monsieur Rivière può essere considerato il manifesto della borghesia che si esibisce al mondo. L'accuratezza di Ingres finisce per diventare simbolo e metafora, a cominciare dal vestito, elegante ma sobrio, portato con disinvoltura senza ostentazione. Anche la pettinatura è studiata ed estremamente composta. Tuttavia, la vera dichiarazione d'intenti sta nell'ambientazione e negli oggetti che appaiono nel ritratto. Quelli personali, come l'orologio, che sottolinea la modernità e la voglia di progresso che sarà una delle caratteristiche della borghesia, e l'anello che esibisce una palese prosperità economica. Gli oggetti dello studio e prima di tutto lo scrittoio sono la vera ricchezza del borghese, il santuario dove si celebra la sua capacità intellettuale e si dimostra la validità delle qualità personali che permettono l'ascesa sociale.


Dunque non si può dire la stessa cosa per l'artista spagnolo Francisco Goya y Lucientes che nel 1780 diviene membro dell'autorevole Real academia de San Fernando di Madrid, la più famosa istituzione artistica della Spagna del tempo. È la premessa per un importante passo nella sua carriera: viene infatti nominato 'pittore del re' da Carlo III e poco dopo 'pittore di camera' dal suo successore Carlo IV, due cariche onorifiche di grande prestigio. L'assidua frequentazione della corte reale consente all'artista di ricevere, da qui in avanti, numerosi incarichi per ritrarre i personaggi più in vista della società spagnola. Nel Ritratto di Carlo III, per esempio, i tratti del sovrano sono sottolineati con un realismo quasi caricaturale: per nulla idealizzato, il viso del re viene reso in tutta la sua goffa ma simpatica umanità.


Dunque, in un periodo in cui è la classe borghese a essere immortalata nelle varie tele, fa eccezione l'artista spagnolo, che diventa il ritrattista ufficiale della Corte di Spagna.


Francisco Goya, La regina Maria Luisa, Palazzo Reale, Madrid.


Francisco Goya, La famiglia di Carlo IV, 1800-1801. Prado, Madrid.

Il grande quadro, apparentemente celebrativo, risulta essere invece una velata critica all'intera corte, i cui personaggi vengono esposti da Goya sotto una luce talmente spietata che ne pone in evidenza tutti i difetti psicologici e tutte le contraddizioni politiche. a tal proposito, è interessante notare come, con grande acume politico, Goya abbia collocato Carlo IV non al centro della composizione, ma alla sinistra della moglie. Figlio di Carlo III, gli era succeduto nel 1788. In un primo tempo cercò di seguire la politica illuminata del padre, ma presto rimase invischiato nei perversi meccanismi della corte, fatti di clientelismi e giochi di potere. Al centro del quadro, Goya colloca Maria Luisa d'Austria, moglie e cugina di Carlo Iv, ma in realtà vero timoniere della monarchia spagnola dell'epoca. Un timoniere scellerato, come ben sapeva l?artista, il quale era a conoscenza di tutti i capricci della sovrana. Al centro, il piccolo Francesco di Paola Antonio, figlio della coppia regale, che allora aveva solo sei anni.

L'artista si comporta come il regista di una pièce teatrale e la prima cosa da notare è che il regista di questa commedia si ritrae nella penombra, dietro la grande tela esattamente come aveva fatto Velasquez meno di un secolo e mezzo prima.

I nuovi ideali

Gli ideali descritti visivamente nel quadro di Ingres finiscono per essere ormai del tutto condivisi anche dalla nobiltà, e se è vero che Napoleone deve essere considerato un nobile sui generis, è altrettanto vero che la sua figura e i suoi comportamenti finirono per diventare dei modelli. Sarà allora, in qualche modo, significativo che l'imperatore, accanto alle scene ufficiali, abbia autorizzato un ritratto come Napoleone nello studio, dipinto due anni prima del quadro di Ingres, dal suo maestro: Jacques-Louis David.


Jacques-Louis David, Napoleone nello studio, National Gallery of Art, Washington, lavorolrisalente al 1803


Il ritratto, dunque, finisce per testimoniare un cambiamento epocale, che diverrà la beasse della società moderna. Il che non vuol dire, però, che non ci fossero altri aspetti colti dagli altri pittori dell'epoca, a cominciare da quelli che emergono nel ritratto elegante e spavaldo dell'ufficiale Frederick Gustavus Burnaby, mirabilmente dipinto da Jacques Joseph Tissot. Fasciato nella sua uniforme nera, con i capelli perfettamente pettinati e la sigaretta in mano, il militare incarna quell'ideale di un uomo sofisticato e prestante che fu uno dei punti di riferimento della società di allora.