VITA DI ALBERTO CAPRA,

ASPIRANTE FOTOGRAFO

L'autore

Non se ne sa nulla, se non che si nasconde dietro pseudonimo....segreto! Proprio non soffre di mania di protagonismo. Il testo ruota intorno alla figura di un assistente fotografo di matrimoni durante il servizio agli sposi. Ci sono alcune cattiverie sul matrimonio e qualche spunto sulla fotografia di ritratto.

Alberto Capra, aspirante fotografo

Alberto Capra considerava la propria vita banale come il nome che si trovava addosso. Ma non era per uscire da questo stato che aveva deciso di essere un fotografo.

Non ricordava neppure la prima volta che ci aveva pensato. L’idea era nata senza un’illuminazione precisa.


Quando dovrò scrivere la mia biografia non potrò raccontare il momento in cui nacque l’ispirazione.


Non aveva precedenti in famiglia. La creatività, così come era descritta nelle riviste tecniche che leggeva, non gli apparteneva. Non capiva bene cosa essa fosse, ma per fortuna non era convinto servisse davvero: tra la fotografia e lui c’era il muro della vecchia sentenza-Marselli, la professoressa con le tette più famose del liceo << pensa all’Italiano e alla matematica e lascia stare il disegno, tu non avrai mai nulla a che fare con l’arte>>. In generale non era privo di immaginazione, ma la usava solo per sfuggire alla vita reale e costruirne un’altra parallela, dove lui sapeva sempre come affrontare il mondo.



Che fosse per il carattere così simile a quello della madre che si era impossessato della macchina fotografica di casa? Nei ricordi delle sue gite da bambino c’era lei che apriva la custodia di similpelle, rassicurata dal foglio di istruzioni scritto a penna e nascosto dentro ( sole-nuvole con numeri strani a fianco e “tenere la luce alle spalle”). Ormai conosceva il significato di quei valori misteriosi, aveva superato le nozioni tecniche della madre. Il primo risultato delle nuove competenze era la certezza che la macchinetta ereditata non valeva nulla: gli aveva però lasciato sulle dita il piacere fisico del pulsante di scatto, un elegante “zip” al confronto del quale lo schiocco della reflex appesa alla sua spalla ricordava un petardo in chiesa ( un vero fotografo non porta mai la macchina al collo: era un punto fermo del corso che aveva appena smesso di seguire).


Un senso di colpa non del tutto rimosso gli ricordava spesso che il suo desiderio di emancipazione artistica nasceva dal terrore di un lavoro serio; c’entrava anche la voglia di distinguersi dai vecchi compagni di scuola: i suoi chiacchieravano dei loro successi universitari con finta indifferenza per non smuovere il fango dei suoi fallimenti. Ogni tre giorni si svegliava pensando che avrebbe potuto ancora batterli sui voti come al liceo, ma il buon proposito richiedeva ormai troppa fatica. Era pigro e per nulla paziente: il disciplinato impegno quotidiano per un posto in società non faceva per lui.


Da un mese aveva cominciato a frequentare assiduamente Sandro, fotografo affermato con splendido studio in centro. Il senso del dovere, quello che suo padre non gli aveva lasciato per diritto genetico, stava migliorando: imparava,studiava e si chiariva le idee, o perlomeno ci provava.


Quel giorno per Alberto era il primo da assistente-fotografo di matrimonio.


Un esordio niente male: Sandro lo aveva appena invitato “gentilmente” a lasciarlo solo con gli sposi che stava fotografando....cioè lo aveva sbattuto fuori dal salone della villa scelta per il servizio. Era stato imbarazzante ma la prese come una liberazione: non resisteva più agli sguardi glamour della sposa.

La coppia stava accoccolata a terra per alcuni “scatti informali”, lei faceva di tutto per scoprire le gambe. Si sentiva umiliato per non riuscire a distogliere gli occhi. Non voleva partecipare allo show come spettatore.

Eppoi lo metteva di malumore l’orgoglio del marito per la sua femmina esplosiva.

Se a questa racconti che nessuna è bella come lei la porti via anche il giorno del suo matrimonio, basta fornire il palcoscenico giusto.


Il fastidio verso gli sposi non superava quello per sè stesso e per i propri pensieri. Gli piaceva l’idea di essere un tipo superiore, in realtà era sempre stato in bilico tra il volere qualunque donna stupida, o vanitosa che è la stessa cosa, e il desiderio di innamorarsi davvero. Che potesse provare attrazione fisica per una che amava non rientrava per ora nei suoi schemi.





Aveva rovinato l’atmosfera del set - disse Sandro in seguito - quando si era messo in un angolo ad osservare silenzioso gli sposi.

Immobile con la macchina a mezz’asta, non scattava: scrutava con fare scientifico mentre la coppia inseguiva le pose richieste. Tutto gli appariva triste. Si sforzava di scovare un residuo di senso: doveva esserci qualcosa di misterioso nell’inchiodarsi alla stessa persona tutta la vita se tanti continuano a mettersi in quella situazione.

A Sandro non era rimasto che chiedergli di uscire.


Nel corridoio finalmente respirava. Aveva acceso una sigaretta di nascosto, nella villa era vietatissimo anche se ormai nessuna persona perbene aveva quel vizio. Il mozzicone, spento troppo presto per paura del sistema antincendio, fumacchiava tra una cassapanca antica e la parete affrescata.



Cosa spinge due persone a costruire questa rappresentazione?Non sono felici abbastanza del loro matrimonio da stare con amici e parenti: questi cercano spettatori.


L’ appariscente commessa-sposa-da passeggio e l’avvocato ormai affermato avevano rimandato a lungo per arrivare impeccabili all’appuntamento: nulla doveva essere di cattivo gusto o lasciato al caso. Per questo avevano invitato decine di persone e parenti da mezza Italia per lasciarli soli tre ore appena usciti dalla chiesa: <<andiamo a fare le foto>>! Non erano più praticanti, anzi, la scelta di sposarsi in chiesa li metteva in imbarazzo, ma nessun altra scenografia poteva competere con quel monastero a picco sul mare. L’album fotografico doveva renderne conto e Sandro era una scelta all’altezza della situazione.


Ma le foto di cosa?! di una sfilata? di un quarto d’ora di falsa celebrità?Se il matrimonio è qui, voi: dove andate?


Lo stato psichico di Alberto era già peggiorato prima, la sposa chiedeva a Sandro con gli occhi come muoversi durante la cerimonia.

Arrivando in chiesa, i cartelli che volevano essere spiritosi, posizionati all’alba dagli amici, lo avevano messo sull’avviso : i doppi sensi sembravano voler esorcizzare qualcosa di temibile. L’avvocato-futuro-marito aveva diritto di vergognarsi dei volgari parenti acquisiti. Era ovviamente preoccupato per la posizione sociale conquistata a colpi di abiti e frequentazioni adeguate. Purtroppo per lui la festa di matrimonio è rimasta l’ultima manifestazione davvero democratica: nonostante i mesi di aggiunte e tagli alla lista degli invitati, pochi tra loro sceglierebbero mai di pranzare insieme.Una volta lo si sarebbe capito subito dalla spontanea spartizione dei posti a tavola, una fazione di qua, l’altra nella zona opposta...in mezzo i più sfortunati o disattenti, costretti a mescolarsi. Oggi hanno inventato il tabellone all’entrata, un tavolo “orchidea” e uno “verbena” con i nomi segnati accanto, ultimo sforzo degli sposi prima del giorno fatidico. Inutile: avanzava sempre qualcuno e bisognava decidere chi sacrificare nel tavolo sbagliato.


Alberto era in uno dei suoi peggiori momenti.


Non era giunto ad una soluzione sul senso del matrimonio.

Sulla fotografia di matrimonio sì: non era ciò che voleva .

Gli piaceva fotografare le gente ma cominciava a pensare che un buon ritratto è sempre pericolosamente svelante, sia che cerchi di fotografare l’intimo di una persona, se mai possibile, sia che ti limiti a santificare la messa in scena di chi hai davanti.

E gli sposi non vogliono mai essere svelati.


Alberto Capra, aspirante fotografo, temeva di non saper nascondere tutto questo.







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